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DATI

Digitalizzazione: l'80% delle imprese è al livello base e il divario con le grandi sale a 37 punti

I dati ISTAT Imprese e ICT 2025: quasi 80% delle aziende al livello base di digitalizzazione, ma il divario con le grandi imprese è salito a 37 punti percentuali.

Redazione · 17 marzo 2026

Quasi l’80% delle imprese italiane con almeno 10 addetti raggiunge il livello base di digitalizzazione, ma il divario con le grandi imprese si sta allargando: 37 punti percentuali nel 2025, contro i 25 del 2024 e i 20 circa del 2023. Lo dice il report Imprese e ICT, anno 2025 pubblicato da ISTAT a dicembre 2025. Tradotto: le PMI non sono ferme, ma le grandi corrono molto più veloce. E il gap si vede proprio sulle tecnologie che contano in fabbrica.

Il dato: tra le grandi imprese, il 96,4% raggiunge il livello base di digitalizzazione e l’81,4% anche un livello almeno alto. Tra le imprese con almeno 10 addetti nel complesso, il livello base si ferma poco sotto l’80%. I numeri completi sono nello statreport ISTAT in PDF.

Come misura ISTAT la digitalizzazione?

L’indice di intensità digitale (DII) valuta ogni impresa su 12 attività digitali: dalla velocità di connessione all’uso di cloud, analisi dei dati, intelligenza artificiale, vendite online. Il livello “base” richiede di svolgerne almeno 4. Non è quindi un’asticella alta: un’impresa può risultare “digitalizzata a livello base” avendo una buona connessione, un sito web e poco altro. Nel 2025 la metodologia ha sostituito l’indicatore sull’uso dei social media con quello sul sito web, per il resto gli indicatori sono gli stessi del 2023: il confronto nel tempo regge.

È il motivo per cui il dato giusto da guardare non è l’80% al livello base, ma il divario sui livelli alti: è lì che si concentrano le tecnologie che cambiano i margini, come l’analisi dei dati di produzione e l’AI.

Dove si concentra il divario tra PMI e grandi imprese?

Il report segnala che analisi dei dati e intelligenza artificiale sono più frequenti nelle imprese dell’energia (53,6% e 33,2%), dei servizi di informazione (52,7% e 51,3%) e delle professioni tecniche (46,2% e 35,7%). Il manifatturiero medio piccolo resta indietro proprio su questi due fronti, che sono la porta d’ingresso di qualunque progetto serio di industria 4.0: manutenzione predittiva, controllo qualità automatico, scheduling della produzione.

Perché ti riguarda: se la tua azienda è tra quelle al “livello base”, non sei un caso disperato, sei nella maggioranza. Ma la forbice che si allarga di 12 punti in un anno dice che i tuoi concorrenti più strutturati stanno accumulando un vantaggio di produttività che poi si scarica sui prezzi, sui tempi di consegna e sulla capacità di attrarre clienti grandi, che sempre più spesso chiedono ai fornitori dati di tracciabilità e integrazione digitale.

Da dove partire se sei al livello base?

La sequenza sensata per una PMI manifatturiera non parte dall’AI, parte dai dati:

  1. Prima i dati di macchina. Senza raccolta dati dal campo (anche con un retrofit leggero di sensori sulle macchine esistenti) ogni discorso su analisi e AI è teoria. È il gradino con il miglior rapporto costo/beneficio.
  2. Poi l’integrazione. Collegare i dati di produzione al gestionale: è qui che nascono i risparmi veri su scorte, fermi e programmazione.
  3. Solo dopo, l’analisi avanzata. Manutenzione predittiva e AI hanno senso quando i primi due gradini esistono. Saltarli significa comprare software che nessuno userà.

Il contesto di mercato aiuta: come abbiamo raccontato sui dati IFR della robotica italiana, la domanda di automazione nel 2024 è calata e i fornitori hanno capacità libera. Per chi parte adesso c’è più attenzione dagli integratori, non meno.

C’è un tema di competenze, non solo di tecnologia?

Sì, ed è il convitato di pietra di ogni statistica sulla digitalizzazione. Il livello base di digitalizzazione copre il 90,6% degli addetti delle imprese con almeno 10 addetti: le persone lavorano già in contesti parzialmente digitali. Il salto verso i livelli alti però richiede almeno una figura interna che possieda il progetto, anche part time: nelle PMI dove la digitalizzazione funziona c’è quasi sempre un responsabile identificabile, spesso non un informatico ma un capo produzione con mandato chiaro.

In pratica:

  1. Scarica lo statreport ISTAT e conta quante delle 12 attività digitali la tua azienda svolge davvero: è un autotest da mezz’ora.
  2. Se sei sotto le 4 attività, l’obiettivo 2026 è il livello base: connessione, sito, cloud, un primo uso dei dati.
  3. Se sei al livello base, il gradino successivo è la raccolta dati di produzione: è anche il presupposto per accedere agli incentivi 4.0/5.0 in modo sensato.

Un’ultima avvertenza sull’uso di questi numeri: il livello “base” ISTAT non va confuso con la prontezza per l’industria 4.0. Un’impresa può superare l’asticella statistica con strumenti d’ufficio e restare analogica in officina, dove si giocano produttività e incentivi. Il test vero non è quante attività digitali spunti nel questionario, ma una domanda sola: sai dire, con dati e non a sensazione, quanto ha prodotto ogni macchina la settimana scorsa e quante ore si è fermata? Se la risposta è no, il punto di partenza del tuo percorso digitale è lì, qualunque cosa dica l’indice.

ISTAT aggiorna la rilevazione ogni anno: torneremo sul dato alla prossima uscita per misurare se la forbice tra PMI e grandi imprese continua ad allargarsi.

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