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SCENARIO

Google e Yahoo hanno alzato il muro: lo scenario della deliverability per chi vende via email

Autenticazione del dominio, tasso di spam sotto lo 0,3%, disiscrizione in un clic: le regole di Google e Yahoo hanno ridefinito chi può recapitare email commerciali.

Redazione · 19 maggio 2026

Perché sempre più email commerciali non arrivano nemmeno nello spam, ma vengono rifiutate prima? Perché dal febbraio 2024 Google e Yahoo hanno trasformato in requisiti obbligatori quelle che per anni erano state buone pratiche facoltative: autenticazione del dominio, tasso di segnalazioni spam sotto una soglia precisa, disiscrizione in un clic. Per chi usa l’email come canale commerciale, il terreno di gioco è cambiato in modo permanente. Ecco lo scenario e cosa deve fare una PMI per restare dentro.

Cosa chiedono esattamente Google e Yahoo?

Le linee guida per i mittenti pubblicate da Google fissano requisiti per tutti i mittenti e requisiti aggiuntivi per chi invia più di 5.000 messaggi al giorno verso caselle Gmail. I punti principali:

  1. Autenticazione tecnica del dominio: SPF e DKIM configurati, e per i grandi mittenti anche un record DMARC sul dominio di invio. Sono i tre standard con cui un fornitore di posta verifica che il messaggio arrivi davvero da chi dice di arrivare.
  2. Tasso di spam sotto lo 0,30%: la quota di destinatari che segnala il messaggio come indesiderato, misurabile con gli strumenti Postmaster di Google, deve restare sotto questa soglia.
  3. Disiscrizione in un clic per i messaggi commerciali, con gestione della richiesta entro due giorni.
  4. Requisiti infrastrutturali: record DNS validi anche in risoluzione inversa, connessioni TLS, messaggi formattati a standard.

Yahoo ha pubblicato requisiti allineati: autenticazione, stessa soglia di reclami allo 0,3%, DMARC e one-click unsubscribe per chi invia in volume. I due provider coprono insieme una parte enorme delle caselle mondiali, e le caselle aziendali su Google Workspace rientrano nell’ecosistema: per un mittente italiano B2B ignorare queste regole non è un’opzione.

Perché è uno spartiacque e non un aggiornamento tecnico?

Per la prima volta i grandi provider hanno smesso di limitarsi a filtrare i messaggi sospetti e hanno iniziato a rifiutare i mittenti non conformi. La logica si è rovesciata: prima la posta entrava salvo demerito, ora la reputazione tecnica del mittente è un prerequisito di accesso. Chi non è autenticato non compete nemmeno.

Lo scenario che ne deriva ha tre caratteristiche.

La deliverability è diventata un asset aziendale. Il dominio da cui si invia, la sua configurazione e la sua storia di reclami sono un patrimonio che si costruisce in mesi e si brucia in giorni. Le aziende più accorte trattano il dominio principale come un’infrastruttura critica: le attività di invio massivo si fanno su domini dedicati, per non esporre la posta operativa dell’azienda alle conseguenze di una campagna sbagliata.

La soglia dello 0,3% sposta la competizione sulla pertinenza. Tre segnalazioni ogni mille messaggi sono un margine strettissimo. L’unico modo strutturale per starci dentro è inviare messaggi che i destinatari non percepiscano come spam: pochi, mirati, rilevanti per chi li riceve. Il vincolo tecnico converge con quello commerciale e con quello normativo: le stesse pratiche che tengono basso il tasso di reclami sono quelle che rendono difendibile l’attività sul piano privacy, come abbiamo raccontato nella guida su cold email e GDPR.

Il volume indiscriminato è diventato antieconomico. Prima delle nuove regole, inviare il doppio costava quasi zero. Oggi inviare il doppio a liste poco selezionate significa più reclami, reputazione in calo, e il rischio che anche i messaggi buoni smettano di arrivare. La dimensione della lista non è più una leva gratuita: va commisurata al mercato reale, che per una PMI si misura come spiegato nella guida sul calcolo del TAM dal registro imprese.

Cosa deve fare in pratica una PMI?

La lista degli adempimenti è breve e in buona parte delegabile a chi gestisce il dominio:

  1. Verificare che SPF, DKIM e DMARC siano configurati sul dominio di invio. Esistono strumenti gratuiti di verifica; il fornitore IT lo controlla in poche ore.
  2. Attivare gli strumenti Postmaster del proprio provider per monitorare reputazione e tasso di reclami, invece di scoprire i problemi dai commerciali che “non ricevono più risposte”.
  3. Separare i flussi: posta operativa sul dominio principale, comunicazioni massive e attività di prospezione su infrastruttura dedicata.
  4. Rendere la disiscrizione immediata e onorarla davvero: ogni opt-out ignorato è un candidato reclamo, e i reclami sono la valuta con cui si paga la reputazione.

Un’avvertenza sui fornitori esterni: se l’invio è delegato a un’agenzia o a una piattaforma, i requisiti restano in capo al dominio che firma i messaggi, cioè al vostro. Chiedere al fornitore come gestisce autenticazione, monitoraggio dei reclami e disiscrizione è oggi una domanda di qualificazione tanto quanto chiedere i risultati: chi non sa rispondere con precisione sta mettendo a rischio un asset che non è suo.

Lo scenario da qui in avanti

La direzione è univoca: i requisiti si estendono e i controlli si irrigidiscono, mai il contrario. È realistico attendersi che le soglie oggi riservate ai grandi mittenti scendano progressivamente verso tutti. Per chi vende via email il messaggio strategico è chiaro: il canale resta potente, ma è diventato un canale a licenza. La licenza si chiama reputazione, e si guadagna con infrastruttura corretta e messaggi che le persone non hanno voglia di segnalare.

Fonti: Google, Email sender guidelines; Yahoo, Sender best practices.

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